DOVE UN OSCURO FIUME PERDE IL NOME

FILI D’AQUILONE
rivista d’immagini, idee e Poesia

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Numero 51
gennaio/aprile 2019

Ostacoli

JOÃO ALMINO, DOVE UN OSCURO FIUME PERDE IL NOME

di Amina Di Munno

Entre facas, algodão è l’ultimo romanzo di João Almino, pubblicato in Brasile nel 2017. Il libro ha immediatamente riscosso, da numerosi e autorevoli critici, i più entusiastici apprezzamenti. João Almino, diplomatico, scrittore, membro della “Academia Brasileira de Letras”, prestigiosa istituzione letteraria fondata a Rio de Janeiro nel 1897, è considerato uno dei più rappresentativi narratori del panorama letterario attuale e, fra i sette romanzi pubblicati, Entre facas, algodão è indicato come il suo capolavoro: “…sua obra-prima até agora” come afferma Hans Gumbrecht, (Università di Stanford). Con questo romanzo, João Almino, che nei libri precedenti aveva situato Brasilia quale luogo geografico centrale nel quale agivano i suoi personaggi, torna ora nella finzione letteraria al Nordest della sua infanzia reale, essendo lui nato a Mossoró, città del Rio Grande do Norte. Il protagonista di questa singolare storia, narrata in prima persona sotto forma di diario, è un uomo del Nordest. Di lui non si conosce il nome, si sa che è avvocato, ha settant’anni, tre figli con i quali intrattiene rapporti piuttosto tesi, una moglie da cui si separa e, arrivato alla pensione, parte da Taguatinga, città del Distretto Federale, per andare a vivere, solo, nella fazenda del Riacho Negro, comprata per riavvicinarsi ai luoghi che erano stati teatro della sua infanzia e che gli risvegliano ricordi, fantasie, sogni e immaginazione. Realtà, vuoti di memoria e speranze si mescolano e rendono confusa la mente nel tentativo di recuperare il passato. E in questo passato c’è l’amore, l’amicizia, la vita dura e arida del sertão, un omicidio, l’omicidio del padre del protagonista, delitto che, a distanza di tanti anni, grida ancora vendetta. C’è uno spaccato del Brasile che mostra da un lato il progresso, la tecnologia più avanzata e dall’altro la miseria, la violenza, l’analfabetismo: condizioni della società e dell’umanità. Per quanto riguarda la perfetta aderenza fra trama e stile, riporto in traduzione dal portoghese queste illuminanti parole di Vera Lúcia de Oliveira: “Entre facas, algodão, il cui titolo è una metafora dello stile del libro, poiché se in un piatto della bilancia c’è l’aridità del vocabolario del sertão di uomini dallo stoppino corto e coltello affilato, nell’altro c’è, di gran lunga, la leggerezza, la poesia, la bellezza e purezza del cotone, identificato nei personaggi Clarice e Luzia, chiarezza e luce”.{1} La prosa limpida, avvolgente, a tratti poetica di questo romanzo è piena di fascino e appassiona il lettore dalla prima pagina all’ultima.

{1}Vera Lúcia de Oliveira, Entre facas, algodão, João Almino explora prosa realista.

RIACHO NEGRO
da Dove un oscuro fiume perde il nome{1}

1. Taguatinga, Settore A Nord, QNA 32

31 marzo

Clarice aveva mandato un messaggio via Facebook.
Cosa vuole da te? Mi domandò Patricia, più acida che mai, tutti e due seduti su una poltrona del salotto.
Veniva giù una pioggia torrenziale.
L’hai letto. Ne sai quanto me.
Mi ero dimenticato di uscire da Facebook. Patrícia ne approfittò per curiosare nei miei messaggi. Inammissibile!
No, non l’ho letto. Ho solo visto che è stata lei a scriverti.
Ne dubito. Devi aver visto che non vuole niente da me. Mi ha mandato solo un’informazione.
Che informazione?
Accidenti! Patricía a volermi controllare. Avrei potuto dirle la verità, se è che non la sapeva. Mi costava poco. Il messaggio di Clarice non aveva nulla di personale. Nulla che facesse trapelare affetto fra noi.
Assolutamente nulla! Quasi un messaggio commerciale. Aveva saputo dal mio amico Arnaldo che ero interessato all’acquisto di un terreno nelle vicinanze e me ne dava informazione. Mi aveva anche mandato la sua mail e il numero di cellulare. Solo questo.
Nessuna importanza, risposi.
Importa, sì. Credi che abbia dimenticato cosa rappresenta per te quella bagascia?
Un’aggressione gratuita. Come mi sono pentito di averle raccontato tutto. Di averle parlato del mio passato. Di essere entrato in particolari proprio su Clarice! Sono davvero un idiota, un imbecille!
lo sono stato. Era successo all’inizio, quando ritenevamo che, dato che eravamo innamorati e il mondo non avrebbe avuto senso se non fossimo stati assieme, dovevamo aprire i nostri cuori e raccontarci tutto, assolutamente tutto. Sincerità totale. Rispetto per la verità, che non poteva subire alcun rammendo. Patrícia non ha mai dimenticato il benché minimo dettaglio su Clarice.
Pioveva ancora. I lampi rischiaravano le finestre. I tuoni rimbombavano ininterrottamente, a voler rendere drammatica la nostra discussione.
Non rappresenta un bel niente. Il terreno che è in vendita, sì. È quello che io voglio. Io, capisci? Dove ho passato la mia infanzia.
Nel messaggio Clarice dice che la mia casa è stata demolita. Ma il terreno in vendita conserva ancora la vecchia casa padronale della fazenda di suo padre, il Riacho Negro. E quanti ricordi mi porta il Riacho Negro! Se non lo aveva letto, Patrícia aveva indovinato quel che diceva il messaggio, poiché mi domandò:
E perché non l’acquista lei?
Seccato, risposi, perché vuole che sia io a comprarlo.
Ah, è così, allora? La svergognata vuole che tu vada a vivere vicino a lei.
Come sapeva che Clarice abitava vicino al terreno? Questo il messaggio non lo diceva. La verità è che se io comprassi il terreno diventerei quasi vicino di Clarice.
No. Sono io che voglio andare ad abitare vicino a lei. Sono io che lo voglio, hai capito?, risposi, ironico, alzando la voce.
Posso sapere perché? Non occorre che tu mi risponda, ho già capito tutto, disse, senza considerare la mia ironia.
A pensarci bene, non c’è nessuna ironia. Mi fa un piacere enorme essere vicino di Clarice.
Perché sì, risposi.
Compra dunque quella merda di terreno e affondaci dentro, urlò Patrícia. Vacci subito, stronzo. Sapevo che non potevo fidarmi di te!
Il mio matrimonio con Patrícia è sopravvissuto a infedeltà, e questo argomento insulso non avrebbe dovuto provocare tutta quella lite.
È proprio quello che farò, mi ritrovai a dire, solo perché una provocazione porta a un’altra e un’altra ancora.
Sfacciato! Vattene via subito da questa casa, gridò ancora più forte.
Non ne era il caso, ma la discussione andò avanti per ore, tra urla insensate, la goccia d’acqua per la nostra separazione sempre rimandata. Basti dire che, senza preoccuparsi della pioggia, Patrícia buttò via la mia roba dalla finestra. Una scarpa finì dall’altro lato della strada, sul marciapiede di fronte, e si riempì d’acqua.
Non mi arresi. Sotto la pioggia, raccolsi tutte le cose, senza timore del ridicolo di fronte ai vicini, e me ne tornai a casa. Patrícia cercò di aggredirmi fisicamente. Mi difesi soltanto, non volevo finire in un commissariato di polizia. Dopo mi chiusi in una camera. Decisi che me ne sarei andato da casa, ma non cacciato via. Patricía non insistette, solo smise di parlarmi, cosa a cui corrisposi. Se non mi mandava via, io ero in vantaggio.

1º aprile

Non è bugia, malgrado il primo aprile: guardando attorno a me, il mio matrimonio con Patrícia non è dei peggiori, abbiamo molto in comune. Parlavamo, cosa che non tutte le coppie possono dire di fare. Ci baciavamo, fatto considerevole dopo decenni di matrimonio. E la gelosia di Patrícia è una prova che ancora mi ama.
Solo non nutro la sua stessa gelosia perché da molto tempo ha smesso di cantare nei bar e oggi non vedo rivale alla mia altezza tra i suoi colleghi delle Poste. Non avevo la minima intenzione di separarmi da lei. Ma la lite è cresciuta come un sufflè fuori dal mio controllo. Non c’è più soluzione. Mi ha fatto presumere che la cosa migliore sia proprio tornare al Nordest.
Risponderò a Clarice. Le chiederò dettagli sul venditore del terreno. Se riuscissi a negoziare un buon prezzo, le proporrei di accettare una mia procura per occuparsi della transazione presso l’ufficio notarile di Várzea Pacífica.

Aprile, Pasqua

Clarice mi ha dato il numero del venditore. Dopo aver trattato con lui i termini dell’acquisto, l’ho chiamata al cellulare, ho preferito parlare. Ha accettato che le facessi la procura. Non abbiamo toccato argomenti più personali. Ho chiesto di Miguel, suo fratello. Sta bene, al di là delle difficoltà negli affari. Passa la maggior parte del tempo in viaggio.
Ho pensato a tante cose prima di telefonare… Se domandarle se si ricorda di questo o quel momento, come si sente a vivere sola in una fazenda, se qualche volta mi abbia pensato… I miei sentimenti sono rimasti offuscati. Ma ho potuto percepire emozione nella sua voce. Soprattutto ho captato bene ciò che mi ha detto:
Che bello che tu stia tornando.
Scavando sotto i miei piedi, trovo molti ricordi di lei. I sogni hanno memoria. La Clarice del futuro – credo che esista, malgrado tutto – ha molto della Clarice del passato.
Se non mi sbaglio, è stato nel 58, in piena siccità, quando per la prima volta ho sentito qualcosa per lei simile all’amore. Non voglio dire troppo, perché non sono sicuro e non ricordo bene. Ero molto piccolo. Potrebbe essere stato quell’anno o qualunque altro che la storia era la stessa, pipistrelli che volavano di notte, alberi spogli, il verde solo sulle foglie dei juazeiro, dei cactus xiquexique e mandacaru, carcasse di animali lungo le strade di terra polverosa da cui si levavano folate di calore, il sole che bruciava e seccava il mondo, tutto secco dentro di me. In poche parole, quello di sempre, adesso attraversato da qualche camion cisterna e in attesa dell’inalveazione del Rio São Francisco.
O forse era inverno, poiché mi ricordo della diga con l’acqua, il verde degli alberi spinosi e bassi, di un verde chiaro e brillante, verde anche la campagna dietro la diga, e mi svegliavo presto per andare nel recinto a mungere le vacche. Non so bene, mi scusi chi si troverà a leggere questo. O, macché, non mi scuso, non mi devo scusare per le mie contraddizioni se non sono altro che le contraddizioni del sertão, secco o bagnato, contraddizioni che esistono ancora oggi. Quando secco, il paesaggio grigio è contrassegnato da pietre e caverne, lo dico senza esagerazione. Quando bagnato è troppo bagnato, spaventa la gente e provoca disastri.

21 aprile

Giorno festivo, sono rimasto a casa. Pensavo che Patrícia mi avrebbe assillato. Mi ha ignorato, perlomeno finora. Me ne sto tranquillo per continuare queste annotazioni sui miei tempi al Riacho Negro, alla Várzea Pacífica, a quell’epoca in cui Clarice era stata così importante per me. Un giorno, chissà, le mostro queste pagine.
Può darsi persino che non mi ricordi esattamente. Che la realtà di quel passato sia solo nella mia immaginazione. Forse sto mescolando diverse siccità e diverse inondazione. Allora, sì, per questa confusione dovrò scusarmi con chi venisse a leggere questi appunti, buttati giù alla svelta senza preoccupazioni di stile o vocabolario.
Guardo al mio passato non con orgoglio, ma con rassegnazione. Molte delle inquietudini che mi tormentavano si sono rasserenate. Ciò che mi suscitava passione ora è archiviato nella memoria come le foto di un album di pagine ingiallite dal tempo. Alcune di queste foto, coperte di muffa. Altre, così appiccicate fra loro che quando si cerca di staccarle, si strappano lasciando spazi bianchi.
Clarice è l’eccezione. Il mio ricordo di lei è nitido come la fotografia ben riposta in fondo a uno dei miei cassetti in cui lei mi guarda con uno sguardo che sento pieno di passione e che tuttora trasmette vibrazioni nel mio corpo.
Recupero pezzi di me stesso per creare questa storia contraddittoria e vera, che mi tormenta. Per questo devo metterla fuori. Come contraddittori e veri, oltre al sertão, erano mamma, che mi puniva e mi proteggeva, e il mio padrino, padre di Clarice, severo e affettuoso. Io accettavo i loro cambiamenti di umore come accettavo i cambiamenti di umore della natura. Ritenevo normali le mie allegrie e le mie tristezze.
D’inverno la pioggia copriva il campo verde, a terra rimanevano le impronte di fango degli stivali, le conversazioni e le risate si prolungavano nella veranda della casa padronale dei miei padrini, i richiami dei bovari agli armenti si animavano nel campo, le zanzare mi pungevano nella nostra casa di mattoni a vista e rossi, mi arrotolavo nell’amaca e avvolgevo il viso nel lenzuolo, lasciando fuori solo il naso e ascoltando battere le gocce sulle tegole.
Durante la siccità, invece, il sole impietoso castigava la fazenda del Riacho Negro e mi offuscava la vista. La polvere sferzava i campi grigi dagli alberi spogli, la diga bassa, i pozzi senz’acqua, le persone intontite a cucinare irritazione nel gran caldo, e la stalla vuota, il bestiame spinto verso il Piauí.
In questo può darsi che io mescoli di nuovo i tempi, scusatemi, la siccità di un anno con l’estate prolungata di un altro. Ma non invento nulla, al massimo è la memoria a tradirmi qua e là, cose dell’età, a settant’anni la memoria vacilla. Quel che è certo è che i paesaggi aridi portavano sempre gli stessi alberi riarsi, la stessa rovina ingrigita e la stessa irritazione. Credo che siano soprattutto i paesaggi, colpiti dalla siccità, a segnare gli uomini del sertão come me.

1° maggio

Qui vado da un giorno festivo all’altro, non so nemmeno perché. Immagino che oggi ci saranno discorsi e proteste. Preferisco concentrarmi sui miei appunti. Ho cercato là in fondo i miei ricordi più vecchi.
Ce ne devono essere altri lì dietro, ma quelli che mi sono venuti subito in mente sono quelli di un giorno in cui, coricato sul ciglio del parapetto della casa del mio padrino, padre di Clarice, a sei anni, ascoltavo la radio a pile Hitachi, novità appena arrivata al Riacho Negro, che rallegrava la veranda con i ritmi del forró interrotti dai fruscii della cattiva trasmissione. La radio che andava a batteria ricaricata dal mulino a vento, era spenta. Dall’altro lato del parapetto, la nonna di Clarice, Donna Leopolda, grassa, il viso rotondo, le guance paffute, infilata in un vestito a fiori fino a metà polpaccio, si preparava il sigaro tagliando con un coltello affilato le foglie di tabacco mentre fumava la pipa, soffiando boccate di fumo. Un’amaca bianca, vuota, dondolava nella veranda mossa dal vento di nordest che arrivava forte. Dalla terrazza si vedeva una stanza separata dalla casa e, attraverso la porta, selle e cavezze, pelli conciate, bauli per terra e insaccati appesi ai ganci dell’amaca. Forse è la mia memoria di un giorno. O chissà, cosa che è più probabile, di molti giorni che si ripetevano sempre uguali, senza nulla togliere né aggiungere.
Arnaldo, un nero assai nero e due anni più grande di me, che oggi abita anche lui vicino alla piccola fazenda che voglio comprare e con il quale ho già parlato, mi ha chiamato per andare alla diga a prendere l’acqua. Lui viveva con il padre, il signor Rodolfo, la madre, Donna Vitória, e una sfilza di fratelli nella fazenda confinante, quella del fratello del mio padrino, che io chiamavo zio. Andavamo con Quinquim, la pancia gonfia per i vermi, ma pelle e ossa dal colorito di latte acido, che, un po’ tonto, arrotolava la lingua e aveva solo due amici: me e il giumento Cinzento. Cinzento conosceva la strada per la diga, andava avanti.
Tutti i giorni andava a prendere l’acqua. A volte tornava da solo, non aveva bisogno di noi, e aspettava finché non fossimo andati a svuotare i secchi.
Io consideravo Arnaldo un mio superiore e a ragione. Sapeva il nome di tutto il bestiame – vacche e vitelli –, sapeva come aiutare Quinquim con i secchi d’acqua e riempiva le quattro giare di terracotta sistemate sul pannello di legno nella veranda della casa padronale – oggi, mi dice Arnaldo, sostituiti dalla cisterna.
Sotto ci depositavamo reste di aglio, di cipolle, pentole di terracotta e sacchi di sale. Era lì che la mattina presto portavamo i recipienti di latte, che in un angolo della cucina sarebbero stati trasformati in formaggio fresco o cagliata. Lì mettevamo i caschi di banane per farle maturare, banane di ogni tipo: baba-de-boi, maçã, prata e casca verde, che a mano a mano che maturavano esalavano il loro profumo. Il mio padrino, il padre di Clarice, diceva di sistemare le banane verdi accanto alle più mature per farle maturare in fretta. Io e Arnaldo a volte rubavamo le banane-prata quando cominciavano a diventare gialle e le mangiavamo quando scendevamo con Cinzento verso la diga.
Ci sono cose, come ho detto, che non ricordo bene, scusatemi. Non so se è stato quel giorno o un altro, la muta che viveva nella fazenda dello zio di Clarice che io chiamavo zietto faceva il bagno nuda nella diga. Sorda, non udiva il rumore dei nostri passi, i miei e quelli di Arnaldo. Se ci vedeva, fingeva di non vederci, e noi fingevamo di non credere alla sua finzione. Non era la prima volta. Benché la prendessimo in giro quando faceva smorfie e rumori incomprensibili con la lingua, era il più grande divertimento della passeggiata. Lo raccontavamo a Miguel, il fratello di Clarice, esagerando sulla bellezza delle sue cosce, del sedere e del seno, e a lui non restava che una grande invidia. Solo non riuscivamo a dire che era bella di viso, nonostante che i capelli biondi, lisci e lunghi le adornassero le spalle, ma, in questo eravamo d’accordo, la bruttezza del suo viso spaventava.

2 maggio

Un giorno feci una scommessa con Arnaldo per una corsa – un giorno speciale per un semplice motivo: c’entra con Clarice, della quale, in fin dei conti, volevo parlare. Arnaldo correva più veloce di me. Mi sentii sconfitto. Caddi e mi sbucciai le ginocchia. Fu la fine del mondo. O meglio, il suo inizio. Il sole ci abbagliava con disegni gialli. Proiettava dentro casa i pilastri della veranda, tratteggiando il pavimento e le brocche di terracotta con ombre nere e violente. Da quel giorno ho ancora in me un senso di dramma e di speranza.
Di dramma: in quanto la notte che cadeva mi spogliava del suo mantello protettore, sarei inciampato sempre nelle pietre della scarpata, l’orizzonte non avrebbe mai smesso di essere incerto; smarrito, non avrei trovato il cammino.
Di speranza: in quanto qualcuno mi avrebbe salvato dal disastro. Dall’alto della discesa, le ginocchia scorticate sulle pietre, vedendo il sangue, vedevo anche la casa padronale e, di fronte, Clarice, venuta in mio soccorso.
Una gallina faraona stridula volava nell’aia spaventata dai mandriani tutti vestiti di cuoio. Allora arrivò un gruppo di zingari, forestieri che ogni due o tre mesi passavano spingendo carovane di asini, muli e cavalli carichi di cianfrusaglie. Si riunirono nel terreno sotto il tamarindo.
Vendete questo cavallo? Dov’è il marchio?, domandava il mio padrino, il padre di Clarice, con voce stizzosamente sottile e particolarmente attenta, non fidandosi degli zingari, senza badare al sangue sulle mie ginocchia.
Io non avevo quattrini e volevo comprare un regalo a Clarice. A gesti, uno degli zingari mi fece capire che avrei potuto pagare dopo. Scelsi un anello d’oro e pietre sicuramente falsi, che regalai a Clarice quando il sole timidamente si nascondeva e le galline si acquietavano nel pollaio.
Di sera – può essere stato quel giorno e, se non lo era, l’ho unito a un altro, suo prolungamento naturale – c’era un falò enorme, fatto con vagonate di legna, di fronte alla casa padronale. Doveva essere giugno, forse il 24, festa di San Giovanni. Le fiamme illuminavano volti sorridenti, a volte di risate fragorose, qualcuno girava intorno al falò per arrostire le pannocchie fresche. Nella veranda della casa, il gioco era un altro, serio: avevo gettato alcune gocce di una candela sciolta in un bicchiere d’acqua, la cera aveva formato la lettera c, c di Clarice. La felicità.
A quell’epoca si parlava di furti di ragazze per sposarle e mi avevano raccontato di un furto che era avvenuto alla Várzea Pacífica. Il ragazzo rapiva la ragazza e le famiglie avevano l’obbligo di celebrare il matrimonio. Allora mi immaginavo di arrivare a cavallo sotto una delle finestre della casa e di portare via Clarice in groppa. Ci sarebbe forse stata?

Oggi ho parlato con Arnaldo. Non ci vediamo da tanti anni, ma ogni volta che ci parliamo è come se ci fossimo incontrati il giorno prima. Teniamoci in contatto per WhatsApp, ha suggerito. Una persona che lui conosce sta vendendo un’automobile usata. Vendo la mia qui a Taguatinga per comprare quell’altra quando sarò arrivato a Várzea Pacífica, se sarà ancora in vendita. Comprarla senza vederla, proprio no.
Porto alla fazenda una tecnica di piantagione diretta del cotone con l’introduzione di colture rotative. Ho già consultato una lista di imprese di energia solare fotovoltaica della regione di Fortaleza, dato che installerò, sì, pannelli solari, per lo meno per le necessità della casa principale, che non sarà la casa padronale, ma la mia propria casa, moderna e confortevole. E potenzierò il sistema precario di irrigazione, che c’è da alcuni anni. Come novità, ci sono due pozzi artesiani nella proprietà, e la casa ha già un serbatoio, mi ha detto Arnaldo.

7 maggio

Quando penso al viaggio che a breve farò al Riacho Negro, il passato assume tonalità grigiastre, vago e sfocato. Qua e là appaiono luci che illuminano, squarci al buio e senza continuità, il volto scarno di mia nonna, i vestiti di cotone di mia madre, la giacca di lino bianco e gli stivali lucidi del mio padrino, padre di Clarice, i campanacci che dondolavano nel collo delle mucche da latte quando uscivano al mattino presto per andare a pascolo e tornavano la sera nel recinto, la trottola con cui giocavo sul marciapiede alto di cemento della casa padronale, i pappagalli che volavano quando arrivava il vento caldo del nordest soffiando sui rami secchi, il mio agnellino bianco su cui montavo prima di portarlo all’ovile sul finire della sera, la giacca, gli stivali, la pettorina e il cappello di cuoio del signor Rodolfo, padre del mio amico Arnaldo e marito della bella Vitória.
Vitória… Devo parlare anche di lei? Mi ricordo che, dalla finestra povera, mi mostrava un sorriso misterioso, di denti perfettamente allineati, un abito leggero e scollato che mostrava il solco fra i seni. No, non parlerò di lei. È solo un’immagine passeggera, un sorriso alla finestra, un desiderio da bambino.
Frugando nelle ceneri del passato, vedo mani callose sul manico della zappa e altre, delicate, di Clarice, che accarezzano le vesciche della mia varicella, che lei voleva le attaccassi. Vedo i campi di cotone, bianchi, molto bianchi, su e giù per la collina a perdita d’occhio, e Arnaldo che mi chiamava per andare a caccia di tortore, di cui alteravamo il nome; per accompagnarlo a fare qualche lavoro, sempre in sella all’asino. E poi ascolto le sue risate complici lungo il cammino, voci burbere a darmi ordini, altre carezzevoli.
All’improvviso compare mia sorella Zuleide, che oggi vive a Recife, due anni più grande di me, a discutere con me per via di uno scherzo che non capivo e continuo a non capire. Frammenti del passato che arrivano spaventandomi o invitandomi a un rincontro. È quel che vedo; quel che ascolto. Il resto lo immagino, e lo devo descrivere?
Chiudo gli occhi. Lì in fondo appare il paesaggio della diga, dalla lucentezza punteggiata di papere e anatre. Sono ancora lì? A volte andavo giù con Arnaldo, spronando il giumento Cinzento lungo il corso d’acqua per cogliere erba, angurie o zucche. Le angurie si sparpagliavano come erbaccia, un tappeto verde in mezzo alle piantagioni di granturco. Riempivamo le ceste, e Cinzento penava nel salire il sentiero acciottolato per farci depositare il carico nei barili dei magazzini accanto alla casa.

21 maggio

Papà non compare in questi squarci di luce che vedo fra le tende consunte del passato. Mento. Lui appare, e tanto, quando vedo, impaurito, ciò che non vidi: il coltello squarciare il suo ventre, il sangue sgorgare come un fiume per terra, il cadavere appoggiato alla porta di un vicolo di Várzea Pacífica, la cittadina vicino alla fazenda del Riacho Negro dove abitavamo…
E allora forse quando ciò che vidi ad appena due anni, non ne sono sicuro, le immagini sono sfocate: un fosso profondo, un monticello di terra con dei fiori e una croce… Lui, è una storia terribile che mi angoscia sempre. O allora è una fotografia accanto a mia madre, fotografia ritoccata a colori, in cui il volto nero di mamma è roseo e le sue labbra truccate con un rossetto di un rosso che non ho mai visto dal vero. Una fotografia incorniciata e appesa alla parete della sala della nostra casa povera, di mattoni rossi.
L’omicidio di papà fa bollire qualcosa dentro di me, una cosa che esploderà, ne sono sicuro.
Vendetta?
Quando sarò arrivato al Riacho Negro e soprattutto quando sarò a Várzea Pacífica, mi ritroverò di fronte a questo fatto del passato che non smette di tormentarmi. Affrontare necessariamente l’assassino.
Parto fra una settimana, è tutto a posto. Scappo via dalla siccità che inizia. Non è caduta una goccia d’acqua in questo altipiano.
Clarice mi ha inviato la scrittura del terreno che ho comprato per procura. Ho sistemato le mie cose e ho spedito esattamente tredici giorni fa un piccolo trasloco, che Arnaldo riceverà e disporrà nella casa della fazenda. L’ho incaricato anche di acquistare le sementi di cotone da piantare quando sarò arrivato.

2. Volo Brasilia-Fortaleza

1º giugno

Da Fortaleza andrò in autobus, via Mossoró e Várzea Pacífica, alla piccola fazenda che ho comprato, a cui ho già dato il nome di Riacho Negro, nome che era scomparso da quelle terre, malgrado denominasse il torrente quasi sempre secco che passa da lì e l’enorme fazenda del mio padrino, espropriata trent’anni fa, che ai vecchi tempi comprendeva il piccolo appezzamento che ho comprato. Avrei potuto continuare a fare l’avvocato di cause difficili, ma, a conti fatti, riesco a vivere dalla pensione. Solo non ho più risparmi, investiti sul terreno comprato. Riacho Negro. Per la piantagione ricorrerò a un prestito.
Andrò a vivere lì da solo. I miei tre figli abitano lontano, non ne parlerò, tre uomini. Che storia è mai questa, tale padre, tale figlio? Uno lavoricchia e crede di fare cinema. Devo riconoscerlo, è stato sempre il più creativo, ma anche il più dispersivo, non riusciva a concentrarsi su nulla, mi preoccupavo per lui, temevo non sarebbe stato nessuno nella vita. Questo è Paulo. L’altro, Pedro, molto meglio avviato, è ingegnere, il primogenito, che ci dava – a me, a Patrícia e a mamma – un gran da fare, soprattutto il primo anno, un piagnone, ci svegliava di notte e voleva ogni momento il latte, al seno o nel biberon. È cresciuto molto competitivo, in strada e a scuola. Entrambi vivono a San Paolo. Pensavamo, Patrícia e io, che ci saremmo fermati a loro due. Ma lei trascurò di prendersi la pillola, e chissà che non lo abbia fatto di proposito per aver letto da qualche parte che faceva male, poteva provocare il cancro. E allora è nato Teodoro, che è stato sempre ribelle, irrequieto. Oggi è vice direttore in un hotel di Fortaleza.
Sono diversi fra loro, ma si uniscono per contraddirmi. Abbiamo opinioni contrarie sostanzialmente perché sono vecchio e loro giovani. O forse perché ho dovuto salire a partire dal gradino più basso, e essi sono partiti dal livello confortevole per il quale ho combattuto e dunque non hanno mai conosciuto le difficoltà di ogni inizio. Non capiscono quanto sia stato difficile allevarli e farli arrivare dove sono arrivati. A malapena vogliono vedermi e non mi aiuterebbero mai. Ogni volta che ci incontriamo, discordiamo su qualunque cosa.
Ma ho avvisato Teodoro del mio viaggio, e lui ha insistito perché rimanessi nell’hotel dove lavora. Lui è sempre stato speciale, sensibile e con i nervi a fior di pelle. È cresciuto robusto e muscoloso, penso per contrastare la stigmatizzazione contro i gay, soprattutto nel Nordest. Non abbiamo mai toccato l’argomento. Un bel giorno ci presentò, a me e a Patrícia, un amico con il quale voleva andare ad abitare. Soltanto perché non ne fui entusiasta, concluse che il ragazzo non mi era piaciuto.
Concluse bene. Non mi piacque per motivi difficili da spiegare, una risata di cui non mi fidavo, un modo sinistro di strizzare l’occhio, oltre al fatto che non mi rivolgeva la parola.
Dici di difendere le minoranze, sei contro le discriminazioni, ma guardi cosa succede a casa! Mi rinfacciò Teodoro.
Per più che gli spiegassi che non avevo nulla contro la sua scelta, non riuscii a convincerlo. L’idea che io fossi contrario alla loro unione si rafforzava ad ogni bugia che gli dicevo per soddisfarlo, finché si separarono e la relazione fu sostituita con un’altra e un’altra ancora.
Teodoro ha avuto ragione a trasferirsi a San Paolo, città grande, dove c’è posto per tutte le possibilità e il pregiudizio si dissolve. Ma ora, per via del lavoro, è andato a vivere a Fortaleza. Riconosco che la sua vita non è facile. Affronta pregiudizi del diavolo. Il rischio della violenza è reale, basta leggere le statistiche.

Oltre alla pensione, vivrò dal piantare granturco, fagioli e persino cotone – idea assurda, lo so, non occorre che me lo diciate. Ma c’è un motivo affettivo: mi ricorda l’infanzia. Di questo parlerò ancora, senza raccontare tutto. In realtà, al posto della frase precedente, avevo scritto qui alcune righe che ho deciso di cancellare. Se trovassi la maniera giusta di dirlo, può darsi che le riprenda in una possibile revisione.
Ora solo appunti pratici: la zona destinata alla piantagione, relativamente piccola, non giustifica che io faccia un grande investimento per la semina del cotone. Non comprerò il trattore, almeno all’inizio. Non ne ho il denaro. Non voglio nemmeno tornare ai tempi della trazione animale, meno ancora della zappa. Ho studiato la questione. Ho visto che la seminatrice manuale può essere funzionale al lavoro, regolare la sistemazione delle piante e ridurre di molto la spesa.

Guardando gli altipiani dal finestrino dell’aereo – sarà la Mantiqueira? –, lascio comparire l’altro essere che viveva dentro di me, l’altro me contro cui ho sempre lottato. Un essere triste, di una tristezza tenera e contenta, che si rilassa nella sua stessa natura. Che forse vuole trovare il futuro nel passato, devo ammetterlo. Non possiamo controllare quello che ricordiamo. E ciò che si ricorda può insistere nel non andare mai via, ci sveglia persino di buon mattino. Si può trovare al di qua o al di là di quanto è accaduto.
A volte risulta difficile tracciare il confine fra ricordo e immaginazione. A volte la realtà si impone fra loro. A volte la fazenda che apparteneva al mio padrino mi porta più ricordi. La fazenda si trovava a tre leghe da Várzea Pacífica, che, quando ero bambino, non era né una valle né pacifica. Lì la vegetazione seccava d’estate – credo che accada ancora – e, per qualunque cosa, succedeva il più gran baccano. Delitti ogni momento. Terribili delitti! Il più terribile di tutti i ricordi mi giunge indirettamente, ricordo di ricordi. Papà ucciso a coltellate. Vedo ancora il sangue uscire dalla sua pancia, a fiotti, spargendosi a terra.
I ricordi veri, quando li ho, sono vaghi, di grida, di porte che sbattono, io che corro lungo distese infinite. Seguivo strade sinuose e accidentate udendo il pianto forte di una donna, credo di mamma, di nonna. Finalmente arrivammo al luogo dal terreno ondulato e segnato da croci, dove, accanto a un buco profondo, fu deposta la bara che non so se ho visto o immaginato, di legno liscio e dipinto di nero. Il mucchio di terra lì accanto mi sembrava ugualmente una montagna senza fine, una montagna che non riuscivo a scalare. Mi scendono ancora le lacrime dagli occhi per quello che non ho visto, mi scuso di nuovo con chi ha la pazienza di continuare a leggermi.
Come posso ricordarmi bene? Avevo solo due anni. So della violenza dell’assassinio di papà dai racconti che ho sentito anni più tardi. Più di venti coltellate, il sangue che scorreva sul marciapiede. Sangue, tanto sangue, un rosso che macchia tutti i miei ricordi.
Pensavo sempre a quel delitto quando assistevo alla morte dei vitelli nel recinto, e vedevo i colpi di accetta, la carne scuoiata e il sangue che scriveva scarabocchi sul tappeto di letame, nero e soffice.
L’omicida, arrestato, non ha mai confessato il crimine. Individuo schifoso, figlio di puttana. Non c’è dubbio: ebbe una lite con papà per una quisquilia – papà si rifiutò di pagargli un gilet di cuoio mal fatto – ed era omicida reo confesso di altre quattro vittime. Un essere collerico, irascibile, picchiava la moglie prendendola a pugni. La figlia, a forza di nerbate, impazzì, questo mi ha raccontato tanti anni fa Arnaldo, quel mio amico d’infanzia con cui scambio messaggi per WhatsApp.
Ho letto una volta che solo nei vivi i morti esistono, così come sarà solo nei vivi che queste annotazioni potranno sopravvivere dopo la mia morte. Papà è un morto che vive in me. Perché voglio ancora vendicare la sua morte dopo tanto tempo? La verità è che lo voglio. Mi appare sempre di più come una necessità, necessità di un vecchio, necessità sempre più urgente, come se mi mancasse quello che ho bisogno di fare per sentirmi completo.
Solo al pensiero di potermi incontrare con l’assassino il sangue mi sale alla testa. A mano a mano che i giorni passano, vedo che mi resta poco tempo per compiere la mia missione. È chiaro che non è stato solo a causa di Clarice che ho comprato il terreno. Torno nei pressi del disgraziato, il figlio di puttana. È uscito di prigione da diversi anni. Non l’ho mai cercato, ma oggi so che se lo incontrassi lo ucciderei. Devo ucciderlo. Non m’importa nulla di passare il resto della vita in prigione. Chi se ne dispiacerebbe? I miei tre figli, so di no. Forse mia sorella Zuleide… Parlo talmente poco con lei! A dire il vero, sono due anni che non la vedo. Per Patrícia, arrestato o no, poco cambia, sarà contenta di liberarsi di me. E, se morissi, sarebbe una morte gloriosa, per il migliore degli scopi, mi capiscano o no. Porto una pistola nel bagaglio.

{1}Titolo originale: Entre facas, algodão. Il titolo italiano è a sua volta la traduzione di quello spagnolo (il romanzo è stato tradotto da Pablo Rocca), Donde un oscuro río pierde el nombre, tratto da un verso del “Poema conjetural” di Jorge Luis Borges.

Traduzione dal portoghese di Amina Di Munno

João Almino
uno dei nomi più importanti della letteratura brasiliana, nato nel 1950 a Mossoró, nello Stato del Rio Grande do Norte. Molto apprezzato dalla critica per i suoi romanzi Ideias para onde passar o fim do mundo (1987, selezionato per il Premio Jabuti e vincitore del Premio del “Instituto Nacional do Livro”), Samba-enredo (1994), As cinco estações do amor (2001, Premio Casa de las Américas 2003), pubblicato in Italia con il titolo Le cinque stagioni dell’amore (2012), O livro das emoções (2008, selezionato per il 7° Premio Portugal Telecom 2009), Cidade livre (2010, Premio Passo Fundo Zaffari & Bourbon 2011; finalista del Premio Jabuti e del Premio Portugal Telecom) e Enigmas da primavera (2015, finalista del Premio São Paulo di Letteratura 2016; Premio Jabuti, 2º classificato per l’edizione inglese).
Entre facas, algodão, dal quale è tratto il frammento tradotto e qui pubblicato, è il suo romanzo più recente (2017).
Alcuni dei romanzi di João Almino sono stati pubblicati in Argentina, Spagna, USA, Francia, Italia, Messico e in altri paesi. I suoi scritti di Storia e Filosofia Politica sono punti di riferimento per gli studiosi di autoritarismo e democrazia. È autore anche di saggi letterari, ha conseguito il dottorato a Parigi, sotto la supervisione del filosofo Claude Lefort. Ha esercitato attività di docenza presso prestigiose Università: UNAM (Messico), UnB, Instituto Rio Branco, Berkeley, Stanford e Università di Chicago. Nel 2017 è stato eletto membro della Academia Brasileira de Letras.

(Foto di Pio Figueroa)

adimunno@gmail.com


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