Le cinque stagioni dell’amore

FRAGMENTS de la traduction italienne DU ROMAN « LES CINQ SAISONS DE L’AMOUR ».

Le cinque stagioni dell’amore, João Almino. Il Sirente, 2012.
Traduzione Amina Di Munno

Il Piano Pilota non era esattamente una città. Era un’idea – un’idea del moderno, del futuro, la mia idea di Brasile.
Per me era come saltare da un muro e cadere nel cuore del paese, un cuore che batteva come il mio. Con la forma di farfalla che le ha dato Lúcio Costa, Brasilia era un punto libero nello spazio vuoto, con la capacità di volare e di crescere in ogni direzione. La sua buona stella oscillava tra il firmamento infinito e il fango umido e scuro – dove, con piacere, mi inzaccheravo i piedi e questo contrastava con le vie pulite e con il verde sparso in grandi quadrati.

Città nuova, vita nuova. All’arrivo, di sera, i miei occhi brillavano di fronte a un tappeto di piccole luci in fila che si diramavano come raggi in tutte le direzioni. Quelle fiammelle di mistero e di speranza ammiccavano verso di me. La loro bellezza stupefacente mi dava i brividi. Così sono arrivata a Brasilia, con la voglia di avventura e libertà.

Nel paesaggio intravedevo tutto uno stile di vita, un modo di essere del Planalto. Audace ed elegante. Semplice e diretto. Grezzo e moderno. Come se il fiducioso nativo germogliasse dalla durezza della vita dei lavoratori del nordest. Esisteva uno stile dell’uomo e della donna di Brasilia, anche quando nessuno venisse da lì. Forse era quell’estraniamento, quella non appartenenza pur appartenendo. Lo stupore comune di fronte all’immensità del cielo, all’eccesso del suolo. L’immaginazione stimolata dalla libertà e leggerezza delle lastre di cemento, che sfidavano i calcoli degli ingegneri. La tenacia nel disfare il tracciato pulito, le linee rette e le curve dolci degli architetti. E tutto con la spontaneità caotica stampata sui muri sporchi e nei sentieri sinuosi. Si può capire perché all’astronauta russo Yuri Gagarin sia sembrato un altro pianeta.

Il metodo sarà il seguente: sopperirò la mancanza delle carte che strapperò, con nuove parole, che procederò a scrivere sui fogli bianchi. Così, lascerò su un foglio un dolore, su un altro un’allegria, su un’altro ancora lutto e tristezza. Dai libri basta estrarre quel che è stato trattenuto nella memoria. Voglio liberarla di quello che le pesa.

La memoria è, infatti, un archivio di cassetti chiusi. Molte delle chiavi dei cassetti sono fatte di persone, oggetti, cose che ci circondano, di lettere, fotografie e libri. Ogni lettera, ciascuna di esse, apre un enorme cassetto di ricordi, che forse sarebbe rimasto chiuso per sempre se la lettera non fosse stata lì, a mostrare fisicamente le sue frasi. Nel distruggere ogni lettera, starò aprendo uno di quei cassetti, moltiplicando, dunque, le possibilità di registro nel mio racconto di addio, che mi prefiggo di comporre a poco a poco, un paragrafo qua, un altro lì.

Restare nuda e leggera, disfarmi delle carte, rinascere libera del carico del passato, è tutto quel che voglio. Con le idee vane è difficile riscattarmi da parole addormentate. Ma le carte grideranno, piangeranno, nell’essere strappate, riacquisteranno vita dalle idee e dai sentimenti in esse immagazzinati. D’ora in poi, le mie parole d’ordine sono: nulla trattenuto, nulla conservato. E’ arrivato il momento di eliminare ciò che ho accumulato. E anche di liberare le parole dai blocchi – granitici – fatti con le emozioni che il tempo ha messo a tacere. Che vengano fuori, come coltelli affilati, a scolpire lo spirito dell’istante. Voglio vivere come in un ipertesto che non finisce mai di costruirsi, in cui la scrittura sia un dialogo continuo e interminabile con la mente o un contrappunto della vita. Cancellare tutti i libri, per far risplendere, unicamente, il libro naturale: quello a cui credevano nello Yucatán, quello che non è stato scritto da nessuno, che sfoglia da sé le sue pagine, che si apre ogni giorno in una diversa e che, essendo vivo, sanguina quando cercano di voltare le sue pagine. La mia rivolta interiore dipende dal coraggio di comporre il testo, sempre al presente, mentre mi disfo delle carte accumulate. Le carte in meno aumenteranno il mio spazio di libertà.

Voglio la semplicità assoluta, che mi conforta, il mio sguardo sereno sulla città che ho scelto, la passeggiata lungo la sponda del Lago Paranoá che ora suggerisco a Carlos.

Le città cambiano con il tempo, a mano a mano che diventano familiari. Non mi sento più straniera a Brasilia. Ho altri occhi e un altro cuore nei confronti dei paesaggi di sempre. La città non mi impressiona più, e le speranze che, a mia insaputa, mi infonde sono alla portata di mano. Essa è mia, con i suoi vuoti, la sua freddezza e la sua solitudine. Ho acquisito intimità con la sua aria polverosa e secca, con l’uniformità dei suoi isolati, dei suoi lunghi assi sotto il cielo immenso.

La città delle di, come si dice, non è più la città del diletto, della delusione e della disperazione, la città del mio divorzio. Non è la città della demenza. Non sono demente solo perché amo di nuovo questa città. Brasilia ha smesso di essere la mia prigione volontaria. E’ la città di Diana, cacciatrice di illusioni; di sogni perduti fra paesaggi di desolazione. Poiché amo amare, voglio vivere in questo spazio in cui la visione del futuro è stata preservata tra i fossili e gli artifici di questo nuovo millennio. Costruire una città dal niente è una scommessa di vita. Voglio vivere alla frontiera che avanza sull’immenso vuoto. Ricostruirmi dalle ceneri.

Sono in stato di grazia di fronte al destino, forse a causa del nuovo autunno, che vedo nell’azzurro violaceo degli alberi fioriti dei jacarandá, o perché Carlos mi aspetta già sulla veranda di casa, pronto per la passeggiata. Voglio accogliere sul viso il sole caldo. Inebriarmi nell’eccesso di luce che proietta un’ombra di sogni. I miei dolori passeggeri se, da una parte, sono terribili e crudeli, dall’altra curano un altro dolore, insistente e noioso come un’emicrania, quello della mia tragedia quotidiana.

Vedo il cielo immenso davanti a me, dall’altra sponda del lago, sopra i palazzi dei ministeri, dove un sole enorme e rosso mi acceca. Mi ricordo del giorno in cui, dopo aver ricevuto la lettera di Berta, mi avviavo in automobile verso la casa di Chicão, percorrendo l’Asse Monumentale. Era un cielo così quello che vidi quel giorno. Si solleva la stessa nube di domanda, questa volta riflessa nel lago e ancora più rossa.

.


RÉSEAU SOCIAL